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Lunga carrellata di segnalazioni in libero cut-up da quanto
già pubblicato su Vida e Rockerilla. Complice del tutto un poco immaginifico crash in
questo computer, che ha portato ritardi e non poche compilazioni nellelaborazione di
quanto scritto in questo spazio. INK ritorna sui nuovi territori di Dune e promette
maggiore puntualità in fututo. E tempo di musica. (G.C.)
¤ Noise Box è una delle più giovani formazioni americane
industrial accaparrate dalla Cleopatra. Danno seguito all'interessante debut "Monkey
Ass." con "The Bigginning", albo preannunciato sulla lunga distanza da
significative collaborazioni alle compilate "Wired Injection",
"Enchantments" ed "Industrial Revolution". Piace il piglio deciso ed
aggressivo, industrial appunto direbbero gli stessi. Ma le meccaniche ed i rumori, se fini
a se stessi, poco contribuiscono ad arricchire una proposta che non può di certo dirsi
originale. Qualche brano assolutamente valido, altri poco interessanti in un albo in cui i
Noise Box avrebbero potuto fare di meglio. Se svincolati dal genere di turno. ¤
Non male invece la nuova proposta dei Kill Switch...Klick, il cui recente
"Degenerate" (Cleopatra) calibra il tiro e colpisce. Scelgono di intromettersi
nei territori più disparati della wave di ogni dove; riscoprono antichi favori ebm;
rivisitano i primordi industrial di Gen Orridge; si dilettano con le sperimentazioni della
cold di altri tempi. E pensare che tutti i pezzi sembrano partire da radici comuni per poi
degenerare senza limiti, senza mete. Da esplorare con cura: albo molto interessante. ¤
Dall'Inghilterra, dalle cantine della Middle Earth/Jungle giunge la compilation "Darque
Fonque", terzo appuntamento nella serie "Dubnology". Coinvolti nel
progetto i nomi di Death In Vegas ("Rekkit" in un piacevolissimo Full Mix),
Spleen ("Death Was My Head" già edita), Futurecore (nella exclusive
"Darque Fonque Part 1"). Monkey Mafia e Silver Bullet si dividono la cadenzata
"Ward 10", brano obliquo di raro fascino che oserà deliziare molti adepti.
Procuratevi "Darque Fonque": valida alternativa al contenitore elettronico
inglese di tendenza. ¤ Altro interessante disco assemblato proviene dalla Blue
Planet e porta il titolo di "Avantgardism 2". Doppio albo affidato alla
playlist personale di Phil Earle della Law & Auder, che in questa occasione seleziona
Black Dog, Witchman, Muslimgauze, Freeform, T-Power, Plug, per citare gli illustri
conosciuti. "Avantgardism" non è superflua ne scontata nelle scelte, anche se
il proposito di coinvolgere in uno stesso progetto soluzioni musicali così diverse e
distanti rischia il disordine, l'entropia, la confusione. Una lunga esplorazione
contemporanea che gioca sulle diversità, su intenti e scelte diverse, che rischia di
voler assolutamente sembrare completa e definitiva. Davvero importa? ¤ C'è spazio
in questa sede per le tre recenti uscite dell'americana Projekt, l'etichetta gestita da
Sam Rosenthal dei Black Tape For The Blue Girl. Gli Arcanta di "The Eternal
Return" suonano musiche suggestive e cantano di sofferenza e dolore nella vita di
ogni essere umano su questa terra. Evocano miti dark di altri tempi e sembrano troppo poco
attuali. Piacciano o non piacciano i suoni qui proposti, è una questione di gusti. Ma
spesso scegliere di muoversi in territori impegnativi significa aver voglia di non
comunicare, di veicolare un messaggio alla propria anima, di sfogarsi dunque al costo di
non coinvolgere chi questo sfogo ascolta, chi prova a seguire anche con attenzione le
parole, le urla, le melodie incantate di un eclettico oratore com'è Arcanta. "The
Eternal Return" propone soluzioni musicalmente interessanti proprio perché retrò,
ma puzza di egocentrismo artistico e pecca in capacità empatica all'inverosimile. ¤
Giunge alla terza tappa Soul Whirling Somewhere, con il maxiCd
"Pyewackit". Michael, titolare del progetto, tenta in questa occasione di
sottolineare l'evoluzione nella sua singolarissima proposta musicale. Tocca terre lontane
dal debut "Eating The Sea" del '93, così come dal seguito "Everyone Will
Eventually Leave You". Oggi si concede la divagazione elettronica, vissuta comunque
in maniera intensa, romantica, decadente. Ho l'impressione che ci sia spazio per un
musicista come Soul Whirling Somewhere: l'approccio ai suoni contemporanei vissuto in
maniera personale, la voglia di comunicare un gelido punto di vista su ciò che oggi
musicalmente accade in giro, merita giusta attenzione. "Pyewackit" è un altro
bel paragrafo sonoro nelle sperimentazioni artistiche di fine secolo. ¤ Fuori
anche il nuovo lavoro dei Thanatos, gruppo base alla Projekt che raccoglie la
collaborazione tra William Tucker ed il creativo Padraic Ogl. In "Blisters" ci
sono anche le intrusioni di Sam Rosenthal, che firma i brani "Neighbor Of The
Beast" e "Rot". Albo di altri tempi, assemblato in modo minuzioso quasi a
voler esaltare una matrice storica generazionale di cui i Thanatos sono mirabili
testimoni. E' una soluzione di continuità con la wave dei tardi anni Ottanta che impone
coordinate melodiche di rara bellezza. Gli inquietanti fraseggi chitarristici richiamano
alla memoria quanto musicalmente accadeva in quegli anni. Ballate sinistre che inducono
alla meditazione, seducenti, semplici ed inconsuete. I Thanatos risvegliano le ragioni
rock che un tempo si esprimevano con i pedali boss più che con i campionatori, con le
ballate romantiche più che con i bpm. Modernariato da collezionisti: quasi un
"everwave". ¤ Ancora America, meglio Chicago, città della post-music e
delle sperimentazioni attuali più contorte e significative. Casa Invisible edita i Phylr
di "Contra La Puerta". John Filer Coleman, ex Cop Shoot Cop, è titolare di
questo nuovo progetto che, senza esitazione alcuna, definirei fantasioso. Bizzarra è la
miscela di suoni proposti, bizzarra è la miscela di brani proposti. I Phylr, nel loro
modo di suonare industrial interpretano le lezioni dei compianti Skinny Puppy e delle
trasgressioni tedesche di casa Zoth Ommog. Ma riescono bene a districarsi nei labirinti
della dance evoluta, lavorando anche su assestati ritmi jungle, cimentandosi anche in
preziosi oggetti futuristici di derivazione ambient. Nulla è lasciato al caso: questi
mirabili architetti del suono si dilatano, si restringono per poi dilatarsi ancora,
puntando su estro e creatività non convenzionale. Ascoltate "Distance" e
"Terminal" per credere. Ottima performance: J.F.Coleman riesce ancora a correre
a testa alta nei tracciati già battuti, riesce ancora a trasgredire. ¤ Medesima
sorte per i Lab Report di "Excision", arguti ed intelligenti manipolatori
in casa Invisible. Rumoristi minimali ammalati di perfezionismo, i Lab destrutturalizzano
ogni singola nota, ogni singola composizione. Giocano sintetizzando suoni e rumori,
eliminano inutili sottolineature e scrivono la loro passione artistica sui muri crudi di
una città industriale e metropolitana. Questo luogo si chiama "Excision" e non
ha confini, non ha frontiere. Risuona l'ambient di scuola classica in queste melodie
affidate al silenzio. Grande momento strumentale post. ¤ Ancora Die Form? A
giudicare dal nuovo episodio "Duality" edito dalla Trinity Records, Elaine e
Philippe hanno ancora molto da dire. La formula collaudata oltre dieci anni fa dal gruppo
resta intatta: sesso e sensualità, perversione e decadenza. Oggi è tempo di nuovi
entusiasmi. Rispolvero volentieri vecchie memorie ascoltando "Leda's Secret",
"Transmission", "The Missing Beauty"; ne approfitto per sfogliare il
solito incantevole booklet fotografico che i Die Form hanno in questa occasione affidato
alle mani di Ph. Fichot; avverto ancora gli stessi profumi classici di un tempo, lo stesso
fascino ammaliante di Elaine, lo stesso romanticismo in bianco e nero di oltre tre lustri
fa. "Duality" è una conferma per gli incantati Die Form. Ne paleremo ancora. ¤
Chi ha dimestichezza nella scelte del pop rock, poco brit d'occasione, ricorderà la luce
della meteora Labradford. Mark Nelson, cantante e chitarrista del gruppo, trova spazio per
le sue escursioni personali nel progetto Pan-American ed esordisce nell'albo
omonimo raccogliendo spunti da una vasta produzione di tape dimostrative che negli anni lo
ha reso protagonista di una scena underground in grande fermento. La possibilità di
affidare la propria espressività ad una registrazione similmente casalinga garantisce un
approccio più personale e meno controllato, stereotipato, vincolato dell'artista nei
confronti della propria musica. Mark esterna la medesima attitudine in questo disco,
recependo e raccontando ciò che accade fuori, nei territori del dub e delle musiche
ritmiche, nelle isole ambient acustiche di scuola americana. Eclettici e minimali alcuni
episodi, più facili e coinvolgenti altri beats: l'intento di Pan-American è
assolutamente chiaro. Come fosse un arguto manipolatore a caccia di spunti che provengano
da ogni dove, Mark si cimenta in una performance direi multietnica, e lascia spazio alla
fantasia elettronica per aggraziare la sinergia tra questi suoni, tra queste strane e
diverse melodie. Questa musica, questi suoni spontanei ed intuitivi, figli bastardi di
molte madri, di molte generazioni, si lasciano ascoltare con grande piacere acustico. Mark
Nelson è un musicista chiaro nei suoi intenti e sicuro nei suoi movimenti. ¤
Nuova occasione musicale per i Pelt, ad un anno di distanza dall'enigmatico
"Max Meadows". "Techeod" è la colonna sonora di un viaggio mentale
difficile e contorto. L'albo è interamente impostato sui suoni di vari strumenti
tradizionali asiatici e sul lo-fi di vari strumenti tradizionali rock. I Pelt in estasi
quasi sciamanica profetizzano la distruzione delle formule canoniche della musica e si
lasciano loro stessi coinvolgere e catturare dall'atipicità di questi luoghi lontani,
diversi, distanti. Tre momenti musicali forse anche prolissi nella loro interminabile
durata compongono questo strano albo: con poca discrezione i tre Pelt, in evidente stato
di alterazione psichica, raccontano una avventura mentale notturna e claustrofobica.
Sfruttano le armonie minimali della reiterazione giocando con fascinose macchine musicali
di altri universi; raccolgono anche spunti dalla tipica strumentazione rock per azzardare
filtri e pennate monocorde in perfetto stile post; cedono poi palesemente
all'improvvisazione. E condiscono questo audace melodramma con arrangiamenti irregolari,
coraggiosi, intellettuali. E' il ritratto di un albo difficile e meditativo. Ma in
"Techeod" i Pelt rischiano di abusare della propria libertà espressiva e
compositiva. Troppo eclettici, troppo ambiziosi, impervi, obliqui. "Techeod" è
sofisticato, è cerebrale, e rischia di passare inosservato. Molta ispirazione, scarsa
inventiva, scarsa originalità. ¤ Ristampa del secondo albo degli Stars Of The
Lid il disco in questione, pubblicato nel '96 in edizione limitata per la Sedimental
Records. Cambio di etichetta: ripescaggio dell'attivissima Kranky, label quest'ultima che
certamente non sarà sfuggita agli amanti del rock rarefatto, del new ambient, del post
rock (?) che dir si voglia. Brian McBride ed Adam Wiltzie compongono non-musiche
potenzialmente interessanti: non c'è carica armonica ne stralunate melodie; piuttosto
c'è il desiderio di spingere oltre misura i filtri, i riverberi, le dissonanze che di una
singola nota svelano mille possibili sfaccettature. Scardinati dunque gli stilemi musicali
di ogni epoca, emerge l'essenzialità e paradossalmente la naturalezza, i profumi che
incantano, i colori che accecano, i suoni trasportati in una dimensione minimale e quasi
onirica, i suoni del silenzio. Cinque lunghe suite isolate dal mondo e dai
"contorni", intensi momenti fortemente comunicativi che non necessitano di
verbalità o note in un pentagramma. Stars Of The Lid raccontano così questo lungo
viaggio psichedelico: emozioni ed atmosfere da saper recepire. Una riflessione musicale
diversa, un tributo al silenzio, un momento intenso e particolare. ¤ I Khao
di "Crazy Diseased And Army" (K7!) hanno inciso un interessante esperimento
sonoro realizzato in uno studio belga nel 1996. La band, occasionale, raccoglie i
contributi di Jon Caffery (producer per Einsturzende Neuerbauten, Can, Kraftwerk), Mark
Rutherford (insieme a Goldie nel progetto Rufige Kru ed a Vivienne Westwood per alcune
sfilate di moda in Giappone), e James Whelan (founder degli Sugardog fin dal lontano
1985). Altri mestieri dunque, e la voglia comune di incontrare la voce della cantante
sudafricana Mandisa Dumezweni in una straordinaria jam piena di drumnbass,
beats e stravaganze ambient. Piacevole lascolto di questo albo, piacevole perché
viaggia senza compromessi tra ritmi palesemente trafugati alle tribù africane e
manipolazioni contemporanee di gusto. ¤ Si spaccia per "genio delle
diversità" Boqus, autore di un recente debut omonimo su Stereo Deluxe. A
parte le presunzioni di turno, gli standard qualitativi di questo nuovo prodotto sono
molto alti. Musiche metropolitane poco da strada. Unintera sezione fiati al cospetto
dei campionatori richiama in mente le trasgressioni lounge e le divagazioni che queste
nuove etichette si concedono verso mezzi e suoni che appartengono a tradizioni diverse, a
culture diverse. Ma le musiche di Boqus riescono anche in easy-listening. Boqus lavora con
energia positiva, accoglie mille influenze, riflette sulle innovazioni e sui ritmi
contemporanei. Genio? Meglio acuto osservatore e buon comunicatore di istinti, emozioni,
riflessioni. ¤ Buona nuova proposta in catalogo Stereo Deluxe: sono gli Czech,
performers tedeschi dellultima ora, noti per aver aperto gli ultimi live-acts di
Tricky, Faithless e Snaker Pimps. Tre nomi che citerei anche come influenze, per
descrivere quella miscela di ritmi urbani e di filtri elettronici che caratterizza la
scelta sonora del gruppo. Ho limpressione che Czech tenda anche al pop di confine,
in alternativa alla valanga sweet della patria Inghilterra che di questi suoni ha fatto la
propria ragione di vita. "Nobody", "Your Eyes", "Hobby" sono
gli episodi più riusciti, prima di una mirabolante chiusura affidata alla lunga e
preziosa "My Funny Valentine". Gradevoli e deliziosi. ¤ I Trafalgar di
"3 Faced Doll" incidono uno dei prodotti più interessanti che mi sia capitato
di raccattare in giro negli ultimi mesi. Da sfogo alle loro oscure ed ammalianti follie
sempre la Stereo Deluxe, giovane ed attenta label tedesca. E una interessante
parentesi musicale quella che i Trafalgar propongono: memori della lezione wave di Lush e
Cocteau Twins, riescono a perdersi nei nuovi labirinti elettronici inseguendo ritmi quasi
jungle e non perdendo mai di vista lattitudine pop tipicamente british, che di una
canzone evidenzia lorecchiabilità, i ritornelli, la melodia sbarazzina. Cosa
aggiungere: ascolto e riascolto questo albo per provare a scovare cosa si nasconde dietro
gli angoli più bui di questa intrigante collezione di suoni. Sento bassi distorti, groove
e filtri, ossessive pennate di chitarra che mi rammentano i Pixies meno tirati, e mi
lascio affascinare dalla inquietante narrazione di una stupenda voce femminile. Trafalgar
è un nome su cui puntare, che difficilmente finirà a raccattare polvere negli scaffali e
nei music box più radicali. Una promessa per il futuro. ¤ Buona prova anche per i
Laidback di "International" (Stereo Deluxe), band che ruota sul circuito
del Bolshi, osannato dalle riviste di settore inglese. Responsabile del progetto è Jason
Cohen, ventiduenne dei sobborghi del nord ovest di Londra, innamorato dellhip hop e
dei dance floor. "International" è un ottimo trampolino di lancio, perché il
giovane ambizioso Laidback pare aver appreso le lezioni e le tendenze londinesi. Asso
delloriginalità nella sua manica è la scelta di proporsi mantenendo
lattitudine da crew. Ma la sua performance riesce bene nei termini della club-music,
riesce a coinvolgere per un accorto uso di timbri e ritmi che fanno bella mostra di sé
nelle divagazioni da dance floor. Scelta idonea, opportuna, e degna di attenzione.
Chiusura affidata a due proposte italiane degne di menzione. ¤ Yellowcake,
al secolo Spartaco Cortesi, compone il suo secondo albo suscitando per la seconda volta
l'interesse della nota etichetta belga KK che firma la licenza del prodotto (nella sub
Radical Ambient) insieme ai tipi della Wide Records di Pisa. "Hard Trax" è
dunque prova matura e sintesi di un percorso artistico iniziato anni fa nelle file dei
Glomming Geek, che ha già toccato l'interessante debutto nell'albo "Inner State
Stations", che ha conosciuto l'interessante collaborazione con il videomaker Federico
Bucalossi nel corto "Mutant-Relax". Oggi c'è inquietudine romantica e decadente
nelle visioni di Yellowcake; c'è culto ed interesse per le manipolazioni elettroniche;
c'è il senso di smarrimento nei dintorni, nelle periferie di un epoca sempre meno umana,
sempre più meccanica. Stimoli e suggestioni di epoca contemporanea che appartengono alle
riflessioni artistiche di questo secolo, ai conflitti generazionali, all'era delle
mutazioni genetiche, dei cloni, dei cyborg. Il breve cut-up iniziale di
"Intermission", manipolazione di un intervento alla conferenza su Hakim Bey
tenuta a Firenze nel Giugno dello scorso anno, spalanca le porte di una "zona
temporaneamente autonoma" dove ancora c'è spazio per le immagini e per
l'immaginazione, per lo sfogo e le urla, per le percezioni umane, le sensazioni, la
musica, i ritmi, la creatività. "Driftless", "Spinal Tunnel", sono
momenti dinamici; "Devil's Got My Soul", "One Love" sono situazioni
più pacate e rarefatte: sbalzi d'umore, angoli smussati e melodie oblique tra il
drum'n'bass, il trip hop, il kraut delle origini fanno il resto. Yellowcake presta giusta
attenzione alla struttura di ogni singolo brano, ma si esprime, compone, improvvisa senza
compromessi, senza vincoli. "Hard Trax" è un quadro che gioca la sua luce sui
forti contrasti di colore; è prova suggestiva e straordinaria; è prova di un musicista
maturo che ama raccontare le sue visioni, che coinvolge, che merita complicità ed
attenzione. ¤ Nella loro essenza i Dubital sono solo perdutamente
innamorati dei suoni di Lee Perry e di Mad Professor. Non è un difetto, sia chiaro: dalle
note della loro prima prova in full emerge un amore viscerale verso tutto ciò che è dub,
i suoni, l'arte, l'attitudine e le caratterizzazioni di un genere musicale dalle
potenzalità sconfinate, oggi in voga in centinaia di club sparsi ovunque. La musica
viaggia con le tipiche cadenze scanzonate, con i ritmi estesi all'infinito ed accompagnati
dalle percussioni più varie, più strane, più lontane. "Lite " poi lascia
spazio a tre splendide rivisitazioni affidate alle mani di Mad Professor, ed ai contributi
artistici dei Minox, più vivi che mai, in alcuni piccoli preziosi gioielli di elettronica
contemporanea. Come a dire che i Dubital riescono bene in termini di versatilità,
talvolta liberi, talvolta creativi, talvolta decisi in uno spiccato senso estetico,
costruito scegliendo la ricerca, l'improvvisazione, l'elaborazione di qualcosa che risulti
davvero originale. I Dubital comunicano, in uno strano linguaggio dub condito da molti
riflessi assolutamente tecnologici, la voglia di emergere in un panorama nazionale
statico, in termini di tendenze e significati culturali forti. "Lite" invece
possiede la statura di un piccolo classico: un viaggio musicale tra le immagini distorte
del roots, del reggae, del dub, dell'elettronica meno energica e marziale. Fascino da
vendere e da non mettere in discussione. ¤ To the next one
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